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#Testimonianze #Metabolismo #Salutogenesi

Dimagrire 90 kg: il costo che nessuno ti racconta — la storia di Lia

Da 150 chili tra sondino nasogastrico, bustine proteiche e digiuni di 20 ore: la storia vera di Lia e il mese in cui il suo corpo è tornato a funzionare.

Immagine di copertina per: Dimagrire 90 kg: il costo che nessuno ti racconta — la storia di Lia

Oggi Lia ha 37 anni e pesa circa 55 chili. Come titolo di una pubblicità, sembrerebbe una grande notizia. Qui ti racconto il conto completo: dieci anni, migliaia di euro, una tiroide sballata, tutti i capelli persi, l’intestino ridotto a dipendenza dai lassativi, il ciclo sparito per un anno e mezzo. E la paura del cibo.

Perché Lia quei chili li ha persi. Più di una volta. Il problema non è mai stato se funziona. Il problema è il prezzo.

Quella che segue è la sua storia, trascritta dall’intervista video registrata nel mio studio. La trovi qui sotto e nella pagina Testimonianze.

«Non ho ricordi di me magra, mai»

Lia nasce come la bimba cicciotella delle elementari e cresce come la grassona delle superiori. Diete infinite dall’adolescenza, tutte concluse allo stesso modo: peso perso, peso rimesso, e qualcosa in più.

«Non ho ricordi di me magra, mai.»

Sette parole che racchiudono ciò che i protocolli non toccano mai: l’identità. Quando non hai mai visto te stessa in un corpo diverso, ogni piano alimentare è una rivolta contro la tua immagine interna. E le rivoluzioni durano poco.

Su questo sfondo arriva il capitolo più duro della sua storia.

Il sondino nasogastrico: sei cicli, quattro purghe a ciclo

Parliamo di una pratica reale, venduta in alcune cliniche come scorciatoia per dimagrire: una sonda infilata dal naso fino allo stomaco, per nutrire il corpo senza passare dal cibo. Lia la subisce per sei cicli: dieci giorni consecutivi con la sonda, sette giorni di pausa.

Durante ogni ciclo riceve poche centinaia di calorie liquide al giorno. Uno squilibrio così profondo che l’intestino semplicemente si ferma. La “soluzione” della clinica: quattro purghe per ciclo, ogni dieci giorni.

«Le purghe erano la cosa più disumana che possa esistere sulla terra.»

Il professionista che gestiva quel percorso si presentava come chirurgo. Chirurgo non era, e la clinica è stata poi chiusa. Il costo, però, era già stato incassato da entrambe le parti: 250 euro a sondino, per sei volte. E sul corpo un danno che Lia indica come punto zero di tanti problemi successivi:

«Da quando ho fatto il sondino mi si è sballata la tiroide, ho perso tutti i capelli e ho conosciuto quella che è la stitichezza.»

Il bilancio finale del protocollo: 55 chili persi in pochi mesi. E nel giro di un anno, tutti tornati.

Da 150 chili alle bustine proteiche

Nel 2017 Lia pesa 150 chili. Ed entra nel circuito delle soluzioni “ufficialmente più serie”: una catena di approcci diversi, con lo stesso identico epilogo.

Primo anello: le compresse a base di metformina, un farmaco antidiabetico usato fuori indicazione per il dimagrimento. Il medico che gliele prescrive aggiunge un’istruzione nutrizionale che Lia ricorda ancora con stupore: mangiare pure fritti e maionese, che “più si mangia e più si dimagrisce”. Risultato dopo poche settimane: nausea continua, stomaco distrutto, esami alterati. Nove chili persi e nove ripresi appena sospesa la terapia.

Secondo anello: i pasti sostitutivi proteici in bustina. Una al mattino, una alla sera, e ai pasti principali carne e salumi. Il peso scende: da 150 a 130, poi fino a 120 chili. La stitichezza peggiora di parallelo, e con lei i lassativi diventano routine stabile. Ne parlerà come di una dipendenza lunga circa vent’anni.

Terzo anello: la corsa al traguardo. Con un altro medico prosegue sulle bustine fino a circa 80 chili nel periodo del Covid. Ed è qui che succede qualcosa di più inquietante di qualsiasi prescrizione: da sola, spinge oltre. Introduce il digiuno intermittente e lo allunga progressivamente fino a vent’ore consecutive, interrotte da un unico pasto — un’altra bustina.

«Ero entrata in una lotta mentale in cui dicevo: se io non mangio, io sto bene.»

Il traguardo arriva nel 2021: 60 chili, partendo da 150. Obiettivo numerico centrato.

Con questi effetti permanenti: il ciclo scomparso da un anno e mezzo, l’intestino funzionante solo chimicamente, il rapporto col cibo rovesciato. Lei stessa lo riassume in tre parole durante l’intervista:

«Il cibo mi fa paura.»

In fisiologia, la traduzione è semplice. Il ciclo mestruale è una funzione “di lusso” per l’organismo femminile: quando l’energia disponibile resta troppo a lungo sotto soglia, il corpo la spegne insieme alle altre funzioni non essenziali alla sopravvivenza immediata. Vent’ore di digiuno quotidiano più una bustina non è disciplina: è una carenza cronica in abiti eleganti.

Il pendolo opposto: 150 grammi di burro al giorno

A questo punto la storia potrebbe chiudersi come racconto contro le diete drastiche classiche. Ma l’estremismo non ha una sola direzione.

Dopo ipocaloriche, bustine e digiuni, Lia attraversa anche l’altra sponda: i protocolli low-carb estremi popolari sui social, quelli con nome accattivante e promesse metaboliche entusiasmanti. Un professionista di quell’ambiente le prescrive una giornata tipo:

  • 150 grammi di burro al giorno, “per far ripartire l’intestino”;
  • 300 grammi di carne a pranzo e 200 a cena;
  • a colazione, sei o sette fette di prosciutto crudo e cinque tuorli d’uovo.

Quando Lia segnala che qualcosa non va — che quella quantità di grassi non ha prodotto nessun miracolo intestinale, anzi, e la pancia le è diventata enorme — riceve la risposta paradigmatica di tutto questo mondo: che il problema è lei. Che è fissata. Che deve andare dallo psicologo.

«È stato il peggiore mese della mia vita.»

C’è però un dettaglio che va detto con onestà, ed è il punto più insidioso di tutto il racconto: anche questo approccio ha funzionato sulla bilancia. Come il sondino. Come le bustine. Come il digiuno. Tutti gli estremismi fanno scendere il peso. Nessuno si è mai chiesto perché, dopo dieci anni e così tanti strumenti “rivoluzionari”, Lia fosse ancora lì a cercare una soluzione.

Ultima tappa prima dell’incontro: una specialista “dell’intestino” con farine di cocco, semi di chia e protocolli da 1.500 euro al trimestre. Stesso film, stessa conclusione.

Il conto complessivo che Lia ricostruisce nell’intervista parla da solo: sondini a 250 euro l’uno per sei volte, percorsi semestrali a 1.700 euro, trimestri a 1.500 euro, consultazioni varie. Dieci anni e migliaia di euro investiti nell’apprendere una sola lezione: si può perdere peso in tantissimi modi. Quasi tutti sbagliati.

L’incontro: «Inizialmente non ti volevo prendere»

Lia arriva nello studio grazie a un amico comune che segue il mio lavoro online e che da mesi le ripete una cosa sola: contattalo, stai sbagliando strada, ti stai rovinando. Lei resiste. Dopo quello che avete letto, è facile capire perché: per lei “dietologo” era ormai una parola consumata, sinonimo di prodotti, protocolli e opinioni a pagamento.

E qui devo essere trasparente, perché è parte integrante della storia: anch’io, alla prima ricognizione del quadro, ho pensato seriamente di rinunciare. C’erano tutte le premesse per un fallimento. Una persona fragile fisicamente — tiroide, intestino, carenze, sclerosi — e psicologicamente: terrorizzata dal cibo, ossessionata dalla bilancia, con un decennio di delusioni professionali alle spalle. Il mio timore concreto era di diventare l’ennesimo nome nella sua lista. L’undicesimo.

Prima di iniziare mi chiede una sola cosa: “aiutami a perdere qualche chilo e non ingrassare”. Una richiesta piccola, quasi timida. Segno di aspettative abbassate al mínimo.

Ho impostato il percorso con una regola ferma, la stessa che uso nei casi più fragili: il peso diventa un problema mio, non tuo. Tu segui le indicazioni alimentari; i numeri, le tendenze, i ragionamenti sulla bilancia li gestisco io. Nel primo mese di lavoro insieme non ne abbiamo quasi mai parlato. Nessun piede sul collo della scala: non è da lì che passa la salute.

Il primo mese: risultati che nessuna dieta le aveva dato

Un mese contro dieci anni di protocolli. Ecco cosa è effettivamente cambiato, nel suo racconto e nei riscontri dello studio.

L’intestino. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, l’intestino funziona regolarmente. Senza lassativi. Senza aggiungere alcun integratore né farmaco: solo ristrutturando le combinazioni alimentari, rispettando paure e limiti della persona. Sulla modalità del lavoro, vale la frase con cui lei lo descrive:

«Siete entrati in punta di piedi e mi avete dato gli step giusti per non sentirmi sovraccaricata.»

Non l’ho scritta io per pubblicità: l’ha detta lei, davanti alla telecamera.

L’infiammazione. Viso, braccia, occhi: da un aspetto costantemente gonfio a una condizione che lei definisce semplicemente “sgonfia”. I vestiti cominciano a stare addosso diversamente.

La bilancia. Da circa 59,5–60 chili stabili a 55,5. Attenzione però all’interpretazione: quei quattro chili sono persi senza che il peso fosse l’obiettivo del percorso. Si chiamano fluidi e infiammazione. Quando reintroduci cibo vero, varietà e regolarità in un organismo bloccato per anni in modalità sopravvivenza, spesso la prima cosa che fa è scaricare ciò che tratteneva.

La relazione col cibo. Quest’estate, per la prima volta dopo anni, melone e anguria senza terrore. Chiunque abbia vissuto un rapporto conflittuale col cibo sa misurare quanto pesa una frase come questa; chi non lo ha vissuto può tradurla così: una persona torna a guardare il cibo come cibo, e non come minaccia.

Lo sgarro. Nel mese ci sono stati anche scivoloni — la vita non si svolge in laboratorio. Il dato interessante non è lo sgarro, è la risposta del corpo: proporzionale, senza effetto domino, senza il ciclo tensione-restrizione vendicativa che prima seguiva ogni scappatoia. Un sistema digestivo funzionante metabolizza gli incidenti e va avanti. È tutta la differenza tra vivere con la propria fisiologia e lavorare continuamente contro di essa.

Sclerosi multipla: cosa l’alimentazione può e non può fare

Serve una digressione obbligatoria, dovuta al lettore e a Lia.

Pochi mesi dopo la nascita del figlio — partorito quando lei pesava 70 chili, dopo una gravidanza complicata da nove mesi di nausea — a Lia viene diagnosticata la sclerosi multipla. Chi legge questa storia si porterà dietro una domanda: e allora, l’alimentazione l’ha curata?

No. E chiunque, in qualsiasi contesto, dichiari che una dieta cura la sclerosi multipla non merita i tuoi soldi né la tua fiducia.

Ciò che un’organizzazione alimentare competente ha fatto in questo caso sta in un altro elenco: meno gonfiore, meno affaticamento, più energia disponibile per la giornata, intestino funzionante. E con le parole di Lia: la sensazione di vivere la propria condizione con più dignità. I sintomi della malattia restano. Appartengono alla neurologia, non alla dispensa.

Stessa onestà per l’altro dato emerso nel lavoro insieme. Durante l’anamnesi troviamo un valore di omocisteina intorno a 30 — parametro che, ricostruendo il suo percorso, in dieci anni di medici e specialisti consultati non era mai stato guardato. Valori elevati di omocisteina sono associati in letteratura a un maggiore rischio cardiovascolare: non è una diagnosi e non predice nulla per una singola persona, ma è esattamente il tipo di informazione da guardare presto e discutere con il medico curante. Che è ciò che stiamo facendo.

Dieci anni, decine di professionisti, migliaia di euro. E un parametro basilare mai controllato. Questo, più di qualsiasi protocollo, misura il costo di un sistema che guarda al peso e non alla persona.

«C’è strada e strada»: le lezioni di dieci anni

Alla fine dell’intervista, Lia formula quella che considero la sintesi più onesta possibile della sua vicenda:

«È vero che da 150 chili ci sono arrivata con le mani mie. Ma a perderli: c’è strada e strada. Io li ho persi in maniera sbagliata. Si può perdere peso anche in modo sano.»

Le faccio notare, durante l’intervista, quanto il prezzo di quei dieci anni sia stato alto. La sua risposta:

«La salute, dottore, chi me la dà più?»

E ancora, sulla svolta: «in un mese ho capito tanti sbagli che ho fatto per dieci anni».

Tre considerazioni, se parte di questa storia ti riguarda.

Uno: veloce ed efficace non sono la stessa cosa. Sondino, bustine, digiuni, burro: tutto ha funzionato sulla scala, eppure dopo dieci anni il problema era ancora intero. Chiediti sempre non solo quanto peso perdi, ma con quale costo ormonale, intestinale, psicologico. La nota in piccolo è il contratto vero della pubblicità.

Due: gli estremismi opposti hanno lo stesso difetto. Venti ore di digiuno e 150 grammi di burro al giorno sono lo stesso errore metodologico con segni opposti: un principio astratto applicato senza guardare la persona. Il criterio pratico è quello imparato da Lia: se segnali un problema e ricevi come risposta che sei tu il problema — “sei fissata” — cambia professionista. Subito.

Tre: la bilancia è la metrica più povera della salute. Ciclo, intestino, energia, sonno, umore, analisi del sangue: il tuo corpo produce indicatori molto più informativi del confronto tra due pesate. Chi raccoglie solo il primo ignora tutto il resto. Nei casi fragili, ignorare il resto costa cara.

Guarda l’intervista completa

Quasi quaranta minuti di racconto diretto, senza montaggio: le pause, le parole esatte, i numeri. Vale più di mille articoli come questo. Lo trovi all’inizio dell’articolo, oppure nella pagina Testimonianze, accanto alle altre storie video.

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Questa storia raccoglie l’esperienza individuale di una persona e ha finalità esclusivamente informative. Non costituisce consulenza medica e non sostituisce il parere di un medico. Condizioni come quelle descritte richiedono valutazione e supervisione sanitaria personalizzata.

Massimo Gentili

Massimo Gentili

Biologo e Nutrizionista • Riconosciuto RME • Autore di "Il metabolismo tradito"

Specializzato in fisiologia della salute e bioenergetica cellulare. Attraverso il metodo Salutogenesi, aiuta le persone a superare stanchezza cronica, blocchi metabolici e problematiche infiammatorie partendo dalle cause biologiche profonde.


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