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9 min di lettura
#Testimonianze #Metabolismo #Salutogenesi

Hashimoto e alimentazione: i numeri reali di Francesca

Farmacista, terza malattia autoimmune, tre mesi di integratori senza benefici. Un mese di solo alimentazione: energia costante e marcatori tiroidei in netto calo.

Immagine di copertina per: Hashimoto e alimentazione: i numeri reali di Francesca

Francesca è farmacista. Ha 45 anni, passa le giornate tra referti e confezioni, e di nutrizione se ne intendeva già parecchio. Quando mi ha raggiunto ha scherzato in un modo che vale più di mille claim marketing:

«Sei il mio primo nutrizionista in 45 anni.»

Una dichiarazione enorme, venuta da chi quel campo lo conosce dall’interno. Ed è proprio per questo che questa intervista è tra le più utili che abbiamo registrato: qui la controparte sa quanto valgono i dati, e li ha verificati due volte prima di raccontarli.

La sua storia parte da una notizia brutta ricevuta per caso. Come quasi sempre capita alla tiroide.

Terza malattia autoimmune, scoperta per caso

Francesca è arrivata da me con una storia clinica già importante: è alla terza malattia autoimmune. L’ultima in ordine di tempo, scoperta fortuitamente durante esami più approfonditi, è la tiroidite di Hashimoto. Una semplice ecografia della tiroide ha spinto la dottoressa a prescrivere gli anticorpi specifici — anti-tireoglobulina e anti-tireoperossidasi. Il secondo, tornato dal laboratorio, non lasciava margini:

«È uscito un valore di antitireoperossidasi di 728,8, quindi superiore a 60, per cui confermata.»

Chiunque abbia familiarità con i valori di riferimento capisce subito l’ordine di grandezza: l’anticorpo anti-TPO a 728,8, quando il tetto accettato è 60. Più di dieci volte oltre.

Ma nota bene cosa NON è successo: Francesca non mi ha chiamato per curare l’Hashimoto. Mi ha chiamato per un’altra ragione, ed è questo il punto metodologico più interessante del caso.

La prima risposta che non rispondeva: tre mesi di integratori

Prima di me, Francesca aveva percorso la strada apparentemente più sensata per una persona competente: un medico di medicina funzionale, analisi approfondite, individuazione di carenze vitaminiche e minerali, e poi la correzione. Tre mesi di integrazione mirata.

Il risultato?

«Al termine, e durante, non è che mi sia sentita poi tanto meglio.»

L’obiettivo originale, infatti, non era nemmeno la tiroide. Era quest’altra frase, che racchiude una condizione modernissima:

«Avevo comunque un po’, come tutti, giornate di alti e bassi. Volevo avere più alti.»

Integratori correttamente prescritti su carenze realmente documentate, e zero trasformazione nella vivibilità quotidiana. Perché: colmare una carenza chimica è diverso dal dare al metabolismo il regime di marcia corretto. Un piano di integrazione aggiunge mattoni; non cambia il modo in cui il cantiere lavora.

Da qui l’ipotesi che l’ha portata al telefono: voleva verificare una sola domanda, formulata con la precisione di chi possiede mentalità scientifica. Se solo con l’alimentazione — senza uno schema di integratori — il suo corpo si fosse rimesso in movimento verso il meglio.

I numeri del primo mese

Francesca aveva già una storia di valori tiroidei alle spalle, e questo rende i dati verificabili su un arco lungo.

Nei referti precedenti il suo TSH si aggirava intorno a 4,50; altri documenti segnalavano 4,20. La sua contromisura era già partita: da qualche anno glutine eliminato e cibi processati ridotti. Con quelle modifiche il TSH era sceso a 4,01 (maggio 2025). Miglioramento reale, ma di pochi decimi: curva piatta.

Mi contatta a ottobre. Un mese esatto dopo l’inizio del percorso con me, torna dal laboratorio:

  • TSH: da 4,01 a 3,16 in un mese (range di riferimento 0,55–4,78);
  • anticorpi anti-tireoperossidasi: da 728,8 a 118,1 in un mese.

Sul primo numero mi limito a registrare la sua annotazione da professionista: «è tantissimo». Sul secondo, la pagina dell’intervista va ascoltata direttamente, perché il suo stupore è istruttivo:

«Non hanno sbagliato le analisi, perché io le ho rilette più volte. Ho detto: ma c’è qualcosa che non va? No, no, sono proprio le mie.»

E un dettaglio finale che dà tutta la misura della donna: ha rifatto l’ecografia tiroidea il giorno prima dell’intervista. Risultato? Nessun miglioramento strutturale — e nessun peggioramento rispetto a quella due anni fa. Lì dentro, come dicono entrambi nell’intervista, non ci si aspettano miracoli: il tessuto non si riscrive in un mese. Su quella frontiera si guarda avanti, con le prossime analisi complete programmate per maggio.

MarcatorePrimaDopo 1 mese
TSH (range 0,55–4,78)4,01 (storia: 4,50; 4,20)3,16
Anti-tireoperossidasi (< 60)728,8118,1

Cosa significano questi numeri — e cosa NON significano

Il rigore che Francesca applica ai laboratori lo chiedo anche al lettore, perché è qui che nascerebbero gli abusi.

Un calo degli anticorpi in un caso singolo non significa guarigione, e non è una promessa per chiunque legga. Significa che quel corpo, con quell’alimentazione, in quel mese, si è mosso in una direzione misurabile. Nel mese raccontato non è intervenuto alcun farmaco: solo alimentazione, sotto controllo medico e con verifica programmata a distanza. Nessuna eventuale terapia in corso va mai modificata senza parere del medico curante — incluso questo caso, dove la prossima analisi completa è fissata per maggio. E se quei numeri dovessero risalire, andrà detto con la stessa onestà.

Chi ti vende la cura dell’Hashimoto — o di qualunque patologia autoimmune — attraverso una dieta merita la tua diffidenza più dura. Chi misura, condivide i dati completi e programma i ricontrolli sta facendo scienza. La differenza tra le due cose è il fondamento di tutto questo lavoro.

Cosa è cambiato sul piatto

Ecco la parte che sorprende chiunque immagini protocolli estremi. Francesca parte da una base buona: glutine fuori da anni, cibi processati ridotti, cultura alimentare superiore alla media, tanta attività fisica quotidiana.

La mia correzione, che lei stessa definisce «piccola», ha agito su tre leve.

Proteine dimezzate dal piano mentale precedente. Prima il suo modello era quello diffuso: tanta carne quanto serve, cioè sempre. Una bistecca da mezzo chilo? Se ne veniva voglia, la mangiava. Il calcolo dei suoi fabbisogni reali ha mostrato un eccesso consistente — e le dosi sono scese. Non perché la carne sia veleno: perché anche una cosa buona smette di essere ottimale quando ne superi la dose.

Zuccheri semplici non toccati — anzi rafforzati. Frutta, tuberi: quantità liberali, rimaste nel piano. Grassi da olio extravergine e olio di cocco liberi, a sazietà. Contrariamente a ogni moda attuale, il motore aveva bisogno di carburante immediato, non di meno carboidrati.

Cereali quasi azzerati, gluten-free compresi — riso magari, avena raramente. E qui emerge il riscontro soggettivo più netto: è il gruppo alimentare riconducibile al suo livello d’energia, tema a cui arriviamo tra poco.

Risultato curioso raccontato da lei: quegli alimenti nuovi inseriti dal piano li consumava forse «due, tre volte in un anno». Oggi li consuma «due, tre volte a settimana».

E niente tabella da attaccare al frigo. La sua richiesta l’aveva chiarita così:

«Domani mattina mi sveglio, quello che mi va di mangiare, mangio.»

Schema libero costruito sui suoi fabbisogni, non elenco di divieti. In cucina Francesca lavora per passione e costruisce i pasti senza bilancia in mano.

L’abbiocco post-prandiale come termometro metabolico

Il segnale di allarme che aveva accompagnato Francesca per anni non era un esame: era la stanchezza dopo i pasti.

La sua passata alimentazione era quella standard, raccontata lei con autoironia: colazione al bar, cornetto e ginseng due ore dopo, pasta a pranzo, pane a ogni pasto in quantità generosa, pizza e focacce nei weekend, aperitivi con l’insuperibile buffet di stuzzichini. Nessun problema di peso — «mangiavo veramente di tutto, di più, senza pormi alcun tipo di limite» — quindi nessun campanello apparente.

Soltanto uno: dopo aver mangiato crollava.

«Mi rendevo conto che, in base a quello che mangiavo, avevo più o meno energia.»

Ed è qui che emerge il dettaglio più istruttivo del caso: quel calo post-prandiale non era sparito quando Francesca aveva eliminato il glutine. I cereali restavano — riso, mais, avena, pure senza glutine — e con loro l’effetto collaterale. Il gluten-free è diventato una religione commerciale, ma il meccanismo del carico metabolico resta quello: cereali concentrati, energia che si spegne alle due del pomeriggio.

Durante l’intervista arriva la spiegazione, nella battuta detta in video:

«È un altro carburante. Non sono le calorie tutte uguali: un conto è un carburante veloce, che assorbe e funziona bene; un conto carburanti più lenti e più sporchi.»

Francesca aggiunge la sua osservazione: «la narrativa dice che più è sporco il carburante meglio è». Riassume un’intera industria di slogan. E purtroppo funziona benissimo come marketing.

E come va oggi l’energia?

«L’energia è andata benissimo. Forse anche troppo.»

Tanto che scherza sul pensare di concedersi qualcosa di sbagliato solo per avere il diritto di buttarsi sul divano. Il dato serio è quest’altro: lavora con orari non classici — pranzi strappati alle undici, altri alle tre — e ora riesce a mantenere energia costante per tutte le ore, senza picchi né abissi. L’obiettivo di partenza («più alti»), centrato.

Un ultimo capitolo umano: resta una delle leve consigliate ancora da implementare — l’esposizione al freddo di cui parlo spesso, a lei oggettivamente antipatica («Capricorno ascendente Capricorno», dice, per giustificare l’attesa della bella stagione). Una testimonianza che ammette i compiti a casa vale più di qualsiasi spot perfetto.

Spesa o investimento: la differenza di chi ascolta

Nel finale arriva il dialogo che considero il nucleo più prezioso dell’intervista.

Osservo che chi tratta una consulenza come spesa tende poi a non rispettare ciò che gli viene detto. Francesca ribalta il punto:

«Io ti ho visto come un investimento.»

E aggiunge un dato concreto: conosce altre persone con la stessa condizione autoimmune che seguono percorsi alimentari totalmente diversi. La differenza non è nel piatto — è nel criterio con cui scegli chi seguire e nel modo in cui poi applichi.

Qui nasce il mio controcanto, che merita citazione integrale perché è la fotografia di un problema diffuso:

«Le persone, anche quelle con problemi, raramente fanno quello che gli dici.»

Francesca ha pagato dei soldi e ha cambiato davvero abitudine. Non sfora mai volutamente, e quando lo fa (Natale, occasioni) lo registra come scostamento — perché era costruito così il piano: flessibile, ma con un regime riconoscibile. Lei aveva anticipato il concetto prima di iniziare:

«Se decidi di seguire un percorso, spendi dei soldi e poi non ascolti i consigli, secondo me…»

Frase lasciata incompiuta, ma chiara. E il suo obiettivo futuro coincide con la filosofia di fondo del lavoro insieme: «non ho intenzione di dipendere dai farmaci nella vita. Se servono, servono — ma tento prima un percorso per mantenere la salute il più a lungo possibile.» Priorità sanitaria scritta in ordine corretto: prima lo stile di vita, poi, se serve, la medicina. Mai il contrario, e mai la guerra alla medicina.

Su questa linea chiudo io, con la frase dell’intervista che riassume tutto:

«Io la chiamo consapevolezza. Non arriva presto.»

Tre lezioni dal caso Francesca

Perché questo episodio aiuta più di una storia generica di trasformazione? Perché contiene verifiche che puoi copiare.

Uno: misura, poi giudica. Francesca aveva referti che risalivano a anni prima — TSH a 4,50 e 4,20 documentati — e li ha portati al primo incontro. Senza quei dati, “mi sento meglio” sarebbe rimasta opinione. Con quelli, è biologia misurabile. Un consiglio pratico: rileggi i tuoi vecchi esami e conserva gli scansioni. La tua storia clinica è una serie temporale, non una fotografia.

Due: dimagrire e stare bene non sono lo stesso obiettivo. Francesca non doveva perdere peso ed è partita per l’energia, e i numeri tiroidei sono migliorati comunque. Passa nell’intervista la frase che divide le due cose: «Si dimagrisce, ma è in salute. Sono due cose diverse. Dimagrire è perdere grasso, e grasso e peso sono due cose diverse.» Lo scopo del piano alimentare non è la scala: è il funzionamento.

Tre: il piano personale batte quello perfetto universale. Nella stessa condizione, diete totalmente diverse producono esiti diversi. Frutta accostata alla carne? Per lei combinazione perfetta — mentre il consiglio precedente, «frutta lontano dai pasti», era arrivato senza motivazioni logiche reali, ed ella se n’era accorta proprio stando meglio combinandoli. Zuccheri semplici liberali? Sì, nel suo piano. Cereali quasi zero? Sì. Tabella rigida? No. La dieta che funziona è costruita sulla persona: sensazioni annotate, analisi ripetute, correzioni su misura. Non fotocopiata da un contenuto virale.

Guarda l’intervista completa

Le analisi lette pagina per pagina davanti alla telecamera, le domande precise di una farmacista che non lascia passare niente, le battute sul freddo: vale più della sintesi qui sopra. Lo trovi all’inizio dell’articolo o nella pagina Testimonianze.

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Questa storia descrive l’esperienza individuale di una persona e ha finalità puramente informative. Non costituisce consulenza medica, non sostituisce il parere di un medico e non suggerisce in alcun modo di modificare o sospendere terapie in corso. Condizioni tiroidee e autoimmuni richiedono sempre valutazione, follow-up e supervisione sanitaria personalizzata.

Massimo Gentili

Massimo Gentili

Biologo e Nutrizionista • Riconosciuto RME • Autore di "Il metabolismo tradito"

Specializzato in fisiologia della salute e bioenergetica cellulare. Attraverso il metodo Salutogenesi, aiuta le persone a superare stanchezza cronica, blocchi metabolici e problematiche infiammatorie partendo dalle cause biologiche profonde.


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