Respiro prima del cibo: il percorso di salute di Susanna
Anni senza dormire, digestione impossibile, uno strumento inaspettato come primo passo. La storia di Susanna: dallo scetticismo all'autogestione del proprio corpo.
Quarto appuntamento della serie di interviste registrate nello studio. Susanna arriva con un quadro che chiunque abbia passato anni tra naturopati, osteopati e integratori riconoscerà alla prima riga: intestino trattato per mesi, poi era il problema del fegato, finito quello arrivava lo stomaco. Sempre qualcosa da correggere, mai una condizione che reggeva nel tempo.
Ma la ragione per cui questa intervista merita l’ascolto integrale è un’altra. Nel momento in cui mi ha chiamato — con le sue parole: disperata — le persone si aspettano che il primo passo passi dalla dispensa. A lei ho chiesto esattamente il contrario.
Anni che non dormiva più
Il punto di partenza, ricostruito nell’intervista:
- digestione impossibile: non riusciva a capire da dove arrivasse il fastidio; toglieva un alimento, dava fastidio l’altro — pur dichiarandosi molto attenta;
- insonnia cronica, con una consapevolezza dolorosa espressa a meta-intervista: «adesso posso dire che erano anni che non dormivo»;
- dimagrimento marcato non cercato;
- stanchezza costante, testa offuscata, poca lucidità, nervosismo.
Il capitolo precedente della sua storia è quello che chiamerei il carosello degli organi. Per anni, ciclicamente: naturopata che trovava l’intestino infiammato, mesi di lavoro su quell’intestino con un sacco di integratori, spese, controlli trimestrali o semestrali. Beneficio reale, non negato da lei nemmeno oggi, ma destinato a svanire: sistemato l’intestino arrivava il problema del fegato, sistemato il fegato quello dello stomaco. E così via.
«Alla fine ero dipendente. Non dipendente mentalmente, ma dovevo sempre prendere qualcosa per stare più o meno bene.»
A questo aggiungete l’osteopata, visitata ciclicamente per un dolore alla schiena di cui parliamo sotto, e avete il quadro completo: molta cura distribuita, nessuna causa guardata.
«Se non inizi dalla respirazione, non iniziamo nemmeno a parlare»
Alla prima telefonata, davanti a quel quadro, la mia richiesta non è passata dal cibo. Le ho chiesto di iniziare dal respiro — e che senza quella base non c’era nulla da costruire.
La reazione di Susanna è onesta fino in fondo, ed è una delle parti migliori dell’intervista perché racconta come pensa chi è già stato derubato di tempo e soldi tante volte:
«Cosa potrà mai fare la respirazione di magico? Vabbè, proviamo. Tanto ne ho provate tante, di sicuro male non mi fa.»
Scettica, ma disposta. Il percorso parte con il corso base sulla respirazione: poche lezioni, molto concentrate. Questa scelta è deliberata e vale la pena spiegarla, perché la conferma lei stessa: chi parte scettico abbandona i programmi lunghi prima ancora di vedere risultati. Un formato corto che dà subito gli strumenti permette di vincere la partita contro se stessi — cioè contro la propria diffidenza — nei primi giorni, non dopo sei mesi.
E nelle sue parole c’è una distinzione da manuale: finito il corso, non ha cominciato subito a respirare “bene”. Ha cominciato a osservare come respirava. L’attenzione viene prima della tecnica. Solo verso la fine del corso aveva gli strumenti pratici per applicarla.
I benefici: rilassamento prima, stomaco, schiena, lucidità
Appena finito il corso, ha iniziato ad avvertire i benefici. Subito:
«Sensazioni diverse arrivavano al mio corpo. Delle sensazioni che non provavo da tempo, o forse non avevo mai provato, attraverso il respiro.»
La sequenza descritta è quella classica di chi lavora su un sistema invece che su un sintomo: prima rilassamento, poi benefici che si spargono — stomaco, mal di schiena, lucidità mentale.
La schiena merita un paragrafo a sé. Il suo dolore storico era un pugnale tra la scapola sinistra e la colonna, alimentato da tre fattori: quando si innervosiva si cartocciava in postura sbagliata, quando respirava male non se ne accorgeva, e ogni fastidio gastrico si rifletteva su quella zona. Il suo ciclo di risposta: osteopata, ciclicamente.
Con gli esercizi respiratori è successo ciò che descrive quasi stupita: le tensioni si allentavano da sole. All’inizio la sua scetticità aveva momentaneamente il sopravvento — «ma veramente è possibile?» — ma col passare dei mesi il dato si impose da solo:
«Sono mesi che non vado dall’osteopata. Quel dolore è sparito.»
Non mai più tornato: ogni tanto si presenta, però ormai sa come sciogliere quella zona — esercizi di respirazione e qualche pratica di yoga che coinvolge il diaframma. Da paziente curata ciclicamente a gestrice del proprio sintomo.
Il cavallo che si è messo ad ascoltarla
Tra le sezioni più colorite dell’intervista c’è quella a cui Susanna tiene particolarmente: i suoi animali, e in particolare una puledra dal carattere non facile, nata con lei.
«Ho sempre detto che ho paura. Perché è nata con me, però la gestione non è semplice.»
Alle ultime lezioni con l’addestratrice è successo qualcosa di visibile anche dall’esterno. Da sempre le veniva ripetuto: rilassa la muscolatura, respira quando devi dare dei segnali al cavallo — nel mondo equestre la connessione respiro-comportamento animale è nota da sempre. Solo noi esseri umani la ignoriamo. La differenza? Un cavallo che sbuffa forte dal naso contro uno con il respiro lieve, collo allungato, orecchie attente.
L’ultima volta l’addestratrice le ha chiesto letteralmente: ma cosa ti è successo? La tua cavalla mi ascoltava. E la risposta di Susanna è il ponte perfetto verso tutto il resto dell’intervista:
«Io veramente non ho fatto niente, se non respirare.»
Si può anche attribuire alle stelle — lei stessa rimane prudente — ma il dato esterno resta: un animale che legge il corpo della cavaliere prima ancora delle redini ha registrato una persona diversa dalla volta precedente. «Mi sento più calma dentro», conclude lei. Interiormente cambiata, al punto da raggiungere una consapevolezza molto diversa rispetto a prima.
Il cibo arriva secondo. Ed è venuto spontaneo
Qui rompo una convinzione diffusa. Il cibo, in questo percorso, entra dopo: è stata lei stessa a chiedere di essere seguita sulla parte alimentare quando la respirazione aveva già fatto il suo lavoro sul sistema nervoso. Prima di quello, il programma respiratorio era strutturato su tre mesi, con progressioni assegnate mese per mese. La mia logica alla base — la racconto anche nell’intervista —: darti tutto dall’inizio significava perderti subito. Anzi:
«Se mettevo le cose dell’ultimo mese all’inizio, ti perdevo subito.»
E lei conferma senza esitazione: sì, subito perso.
Mese dopo mese quindi, un altro fisico, un’altra mente. E osservazione utile per chi teme i regimi punitivi: rispetto alle restrizioni che uno intraprende strenuamente e con fatica, qui — parola sua — «è venuto molto spontaneo». Spontaneo non significa automatico: ci hanno voluto impegno e serietà. Ma la dinamica profonda è un’altra:
«Se il tuo corpo trae beneficio, in maniera automatica va a ricercare quella cosa lì.»
Il metodo alimentare poi rimanda al concetto chiave del mio approccio, formulato durante la conversazione: noi siamo i migliori medici di noi stessi. Susanna lo ha portato avanti praticamente con test alimentari su sé stessa. Conoscere un proprio sintomo finisce col diventare potere: «se ci vai, sai come starai dopo, quanto ti dura» — gestione completa, non paura passiva.
Il vino: quando il segnale è onesto
Segmento singolare e utilissimo, raccontato come sempre con l’onestà che contraddistingue queste interviste.
Susanna è una grande amante del vino; me lo ripete con la scusa scherzosa di ogni incontro. Ma le prove su se stessa erano chiare: bianco, rosso, tutti testati. Risultato: oggi non lo tollera — dopo un bicchiere sembra di averne bevuta una bottiglia, fastidio compreso. E pure la percezione gustativa si ridefinisce, «il gusto si perde un po’».
La parte preziosa non è la rinuncia stessa: è il non viverla come rinuncia. Quando esce o lavora, si programma in anticipo. La cucina quotidiana segue lo stesso criterio: niente ricette da MasterChef, piatti semplici — tanto più mangi semplice e meglio stai — e quello che chiamerebbe sgarro se lo concede quando vuole, perché condizioni migliori equivalgono a corpo che regge meglio.
Una vita intera fatta di divieti costringe all’evocazione continua del proibito. Una vita con segnali efficienti rende i divieti quasi inutili.
Candida: una vita di rinunce, e i carboidrati tornano a tavola
Se c’è un capitolo che riassume tutta la filosofia divergente di questo lavoro rispetto alla cultura dei divieti, è questo.
Susanna ha passato anni con una candida intestinale recidiva. La prescrizione ricevuta ogni volta, negli anni, era sempre la stessa: togli tutti gli zuccheri, togli tutti i carboidrati. E funzionava — fino alla ricaduta successiva. Poi via di nuovo con la lista nera e le rinunce. Una vita costruita su «togli questo, togli quello», citazione quasi testuale dall’intervista.
Oggi cosa mangia? Zuccheri. Carboidrati. E perfino gli alimenti che le erano stati presentati come demoni assoluti:
«L’arancia che era un demone: guai mangiare cose di questo genere. No, adesso non riscontro il minimo problema.»
Da mesi ricadute: zero. Non poche, zero.
Chiarisco subito il paletto perché il tema è delicato: le infezioni fungine recidive sono una condizione clinica che va seguita con il medico, e qui non si dice che il cibo “ha curato” nulla. Ciò che l’intervista documenta è l’esperienza di una persona e la spiegazione fisiologica data nel dialogo: un organismo debole obbliga a vivere dietro integratori, consigli e liste di divieti permanenti; un organismo più robusto gestisce da solo ciò che prima diventava ricaduta. È un discorso di sistema immunitario e di metabolismo, come dico in intervista:
«Se rafforzi il sistema, ha risolto tutto.»
Il latte, «il male del secolo», torna a tavola
Tra i ricordi più forti dell’intervista c’è la scena del bicchiere: mentre parliamo, Susanna sta letteralmente finendo un bicchiere di latte. Quello stesso latte che per anni le era stato vietato dai medici — tra le prime cose eliminate — colpa della candida, della tiroide, della pelle. «Era il male del secolo», oggi definisce così quella condanna. Con tanto di corollario diffuso: e i formaggi poi rovinano ancora di più la pelle.
Prima del percorso: latte di riso comprato regolarmente, tutto il resto eliminato, e quel pezzettino di formaggio di fine settimana vissuto come sgarro della settimana — che effettivamente tollerava male. Dettaglio imbarazzante della vecchia condizione: le dava fastidio persino l’acqua, nessuna eccezione salvava lo stomaco.
Dopo: reintegrato poco alla volta, oggi lo beve quotidianamente e stima una tolleranza dell’ordine del litro al giorno. Quando esagera, se ne accorge e fa un mezzo passo indietro: lieve fastidio, ascolto del segnale, fine — nessuna caduta nel malessere di una volta. La differenza tra un corpo attento e uno trascinato sta tutta in questo meccanismo. E rientra pure un gesto impensabile fino a pochi mesi prima:
«Mi bevo la mia tazza di latte e miele a volte anche prima di andare a letto.»
Prima: reflusso cronico, apnee notturne, divieto assoluto di liquidi la sera. Nota doverosa al lettore: il reflusso persistente e le apnee notturne sono condizioni mediche serie che richiedono valutazione e follow-up specialistici — nel suo caso entrambi temi affrontati durante il percorso, con il reflusso migliorato già col solo contributo della respirazione. Chi soffre di apnee non deve mai autosomministrarsi soluzioni fai-da-te.
E la battuta finale su questo tema me la ripete sempre:
«Non si poteva dare la colpa al formaggio. Era facile dare la colpa al formaggio.»
Pelle e capelli: lo scaffale dei prodotti costosi svuotato
Altra area di risparmio, economico e nervoso insieme. La pelle del viso, storicamente difficoltosa: pelle che si ungeva oppure foruncoli, quindi pulizie viso frequenti e prodotti costosi per necessità. Fino alla dermatite intorno agli occhi, con squamature continue e la caccia al colpevole tra mascara e struccante.
Oggi, da più di un mese, non riesce più a mettere nulla in faccia. Nel senso positivo: tutto quello che prova le dà fastidio — resta una crema idratante economica, mattina e sera. Niente più secchezza, niente più grasso. Avvertenza di stile riferita proprio dalle sue parole: «non avrò mai una pelle liscia come un bambino» — dichiarazione onesta, da persona che distingue tra miglioramento reale e promessa pubblicitaria.
I capelli, cresciuti tantissimo, lucidi e non secchi — basta balsami sofisticati cambiati ogni due-tre settimane. Sui presunti capelli bianchi rimasti fermi la cautela resta totale, ed è capitolo che apprezzo particolarmente della sua onestà intellettuale:
«Questo non lo garantisco. Però ogni tanto me li guardo e so dove sono, e direi che son sempre fermi lì.»
Ansia e panico: due episodi affrontati respirando
Sezione che va letta interamente, con le sue avvertenze.
Susanna racconta — scelta discreta ma consapevole, dichiaratamente senza problemi di parlarne — di avere conosciuto ansia e attacchi di panico. Sa cosa significano, sottolinea, ed è un peso da non minimizzare: «è brutto, c’è un malessere molto forte», specialmente quando vince già altre problematiche.
Due episodi recenti sono andati diversamente dal solito, per sua stessa ricostruzione. Prima volta: il sentore dell’attacco arriva mentre guida; invece di lasciarsi travolgere, inizia a respirare come ha imparato. L’attacco non parte. Seconda volta, al lavoro: stessa situazione, stessa risposta respiratoria, stesso risultato — l’episodio si ferma prima di decollare e nessuno intorno si accorge di nulla. È stata proprio la ripetizione del risultato a darle certezza sulla connessione: identica azione, identica conseguenza.
«Nell’ansia, se prima mi agitava 80, adesso mi agita 20.»
Da allora, né attacchi né quel sentore pre-attacco. Benefici estesi al resto del vissuto quotidiano, equilibrio compreso, «a 360 gradi».
Adesso il paletto obbligatorio, e chiedo che sia letto con la stessa attenzione delle righe sopra. Attacchi di panico e disturbi d’ansia sono condizioni cliniche: chi ne soffre deve lavorare con i professionisti sanitari adeguati. La respirazione nella storia di Susanna è lo strumento personale che lei ha imparato, allenato e usato nei suoi episodi — raccontato qui per fedeltà all’intervista, e NON proposto come terapia né come alternativa a qualunque cura in corso. Chi sta seguendo percorsi psicoterapici o farmacologici li prosegua con il proprio medico o psicologo.
Il freddo che se n’è andato, e la doccia richiesta dal corpo
Ultimo capitolo dell’intervista, quello che chiude il cerchio della riattivazione metabolica: la temperatura.
Susanna è sempre stata magra, e per anni si era costruita la giustificazione classica: sono magra, quindi ho sempre freddo. Freddo costante — anche d’estate al punto da accendere l’aria calda:
«La gente mi diceva: ma tu non stai bene? Effettivamente non stavo bene. Ma non lo sapevo, la prendevo come una mia caratteristica.»
Frase potente quella finale: sintomo cronico trasformato in identità personale, appiattito nell’etichetta sono fatta così. Quante volte ci si racconta la stessa favola?
Oggi lo scenario è diverso: niente più doppio strato sotto i jeans — una volta due paia di collant sotto il denim, e freddo comunque addosso; da dicembre-gennaio jeans normalissimi, niente felpato. Il corpo ora si adatta meglio sia alle temperature calde sia a quelle fredde. E c’è un dato sulla pratica del freddo volutamente progressiva, citato fedele alle sue parole: la doccia fredda all’inizio «non era nemmeno contemplata», arrivata in seguito quando il suo livello fisico e mentale l’ha resa sostenibile — oggi la gestisce tranquillamente e ogni tanto è proprio il corpo a chiederla, come dopo un allenamento:
«Come se avesse una vocina che mi dice: falla, falla.»
Chiude il quadro la questione movimento, con l’autoironia di sempre («sono pigra, sono sempre stata molto pigra») e la sua confessione sugli allenamenti rimandati per anni dietro casa, animali, lavoro, stanchezza. Ora ha la sua routine mattutina. Non perfetta — a volte salta — ma la differenza vale il capitolo intero: prima rimandava perché non voleva farlo e l’accantonamento diventava frustrazione; oggi decide rimandare o meno in base ai segnali: dormita male? forse evito la doccia fredda, oppure forse proprio quella mi aiuta. Non più fuga dalla fatica: lettura del corpo.
«Ci sei arrivata da sola»
Nella parte conclusiva dell’intervista succede lo scambio che volevo lasciarvi in bocca. Susanna, ancora incredula verso se stessa: «mi sembra strano di essere così esperta di me stessa». Rispondo con ciò che considero la definizione più esatta di tutto il percorso:
«Ci sei arrivata da sola. È stato un percorso di consapevolezza. Io ti ho portato da un punto A a un punto B, e adesso sai autogestirti.»
È l’obiettivo finale e onesto di qualunque percorso fatto bene: rendere la guida progressivamente superflua. Le risposte prima le ricavi con lui, poi te le dai da solo, e arriva il giorno in cui la verifica esterna non serve più. La distanza tra crearsi una dipendenza dal consulente e costruirsi una autonomia è tutta qui.
Tre cose da portare a casa
Uno: smetti di curare gli organi uno alla volta. Intestino sistemato → arriva il fegato → arriva lo stomaco. Quando i problemi girano come giravano per Susanna, la domanda giusta non è “quale nuovo protocollo sul prossimo organo?” ma “che cosa nel sistema complessivo non sta funzionando?”. Un corpo che ha bisogno di qualcosa “per stare più o meno bene”, per sempre, è un segnale che nessun integratore nuovo può risolvere.
Due: l’ordine di ingresso delle abitudini decide se reggono. Respiro prima del cibo, progressioni mensili, mai tutto insieme: la struttura corta e a scadenze è motivo per cui questa strada non è finita nell’armadio dei buoni propositi, come le decine precedenti. Chi ti consegna l’intero piano il primo giorno — sappilo — ti sta già perdendo.
Tre: il corpo allenato a stare meglio chiede spontaneamente ciò che gli serve. Il vantaggio profondo del percorso non è la lista di cosa mangiare: è arrivare al punto in cui il vino non ti conviene senza che nessuno te lo vieti, il latte torna digeribile, il freddo si sostiene e persino la doccia fredda te la suggerisce quella «vocina» interna. La disciplina imposta dura finché dura la forza di volontà; la consapevolezza biologica lavora anche quando te ne dimentichi.
Guarda l’intervista completa
Lo scetticismo di partenza detto in faccia, la puledra che finalmente ascolta, il bicchiere di latte svuotato davanti alla telecamera, l’episodio di panico narrato con precisione chirurgica: nel video integrale, in apertura dell’articolo oppure nella pagina Testimonianze, accanto alle altre storie della serie.
Se ti riconosci nel quadro di partenza — sonno rotto, digestione impossibile, stanchezza che resiste a qualunque buona intenzione — parti dal test metabolico: sette domande, due minuti, zero impegno.
Questo racconto riporta l’esperienza personale di una persona e ha finalità puramente informative. Non costituisce consulenza medica né sostituisce visite, diagnosi o pareri professionali. Le pratiche respiratorie citate sono tecniche complementari riferite per fedeltà all’intervista e non vanno intese come terapia per ansia, attacchi di panico, reflusso, apnee notturne o altre condizioni cliniche, tutte da affrontare con il supporto dei professionisti sanitari competenti. Non sospendere mai terapie in corso senza accordo con il tuo medico.
Massimo Gentili
Biologo e Nutrizionista • Riconosciuto RME • Autore di "Il metabolismo tradito"
Specializzato in fisiologia della salute e bioenergetica cellulare. Attraverso il metodo Salutogenesi, aiuta le persone a superare stanchezza cronica, blocchi metabolici e problematiche infiammatorie partendo dalle cause biologiche profonde.
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